di Luigi Casali
Le guerre italiane della prima metà del Cinquecento videro impegnati
contemporaneamente tutti i tipi di truppe che si erano sviluppati nelle
diverse parti del vecchio continente. I fanti svizzeri e i lanzichenecchi
tedeschi armati di picca, le compagnie di ventura italiane, la fanteria
spagnola e la cavalleria pesante e leggera, con tutte le loro varianti
e specialità, furono gettate tutte insieme nel conflitto tra Francia
e Impero.
Gli eserciti che combatterono a Pavia erano costituiti da questa eterogenea
combinazione di truppe e soldati di vario genere e nazionalità.
Picchieri svizzeri e tedeschi della Banda Nera, avventurieri italiani,
alcuni inglesi e scozzesi, oltre naturalmente i francesi, costituivano
l’esercito di Francesco I mentre quello ispano-imperiale contava
nelle proprie file tedeschi, spagnoli, italiani, balcanici e via dicendo.
Pur essendo largamente basati sul volontariato mercenario, i due eserciti
rivali presentavano caratteri e motivazioni differenti. Esaminandoli più
da vicino, la prima cosa che colpisce in quello francese è lo strano
connubio tra la nobiltà inquadrata nella gendarmeria a cavallo
e le fanterie mercenarie tedesche, svizzere e italiane.
La sacralità degli ideali della cavalleria feudale, tanto amati
da Francesco e dai suoi cavalieri, faceva infatti stridente contrasto
con il profano mercato dei mercenari, che offrivano il loro servizio in
cambio di moneta sonante.
Nel famoso motto: "point d'argent, point de Suisse” è
riassunta la filosofia di questi soldati. I tanto celebrati Svizzeri erano
i mercenari più costosi d'Europa ma era opinione comune che chi
fosse riuscito ad assicurarsene i servigi era quasi sicuro della vittoria.
Dopo Marignano Francesco I, impressionato dalla solidità dei montanari
elvetici, aveva stipulato con la Confederazione un patto di pace perpetuo
che gli consentiva di avere l'esclusiva sull'arruolamento di questi soldati.
Il mito dell'imbattibilità delle truppe elvetiche venne però
incrinato alla Bicocca, nel 1522. Qui comunque combatterono molto bene.
Tre anni dopo, proprio a Pavia, gli Svizzeri non furono però all'altezza
della loro fama e fuggirono quasi senza combattere, infangando con tale
ignominia il giuramento prestato al re di Francia.
Vi è da dire che gli Svizzeri non persero le loro virtù
guerriere. Due anni dopo, nella difesa del Papa a Roma, si fecero massacrare
quasi fino all'ultimo uomo dai Lanzi tedeschi di Carlo V. Sempre al servizio
della Francia essi ebbero modo di dimostrare tutto il loro valore nelle
guerre dei secoli successivi, fino alla eroica devozione della Guardia
Svizzera nella difesa delle Tuileries.
Per i Lanzichenecchi della Banda Nera guidati da Richard de la Poole duca
di Suffolk e da Francesco di Lorena, il discorso è diverso. A Pavia
essi diedero prova di grande professionalità. I Lanzi Neri erano
ritenuti da quelli imperiali veri e propri traditori poiché avevano
disprezzato ed ignorato l'autorità dell'Imperatore, rinnegando
la loro nazionalità tedesca per servire il re di Francia. Per altro
i Neri, dal canto loro, reputavano, come ci informa il Giovio, "cosa
molto onorata valorosamente servire quel re il quale per molti anni gli
aveva liberamente pagati, mantenere la fede del sacramento e non far cosa
alcuna la quale fosse indegna di soldati vecchi”. Nonostante l'enorme
inferiorità numerica di fronte ai due grandi quadrati di Lanzi
imperiali, quello dei Neri oppose una disperata e valorosa, quanto vana,
resistenza. Quasi tutti i suoi componenti furono fatti a pezzi. Tra i
caduti si contavano gli stessi capi, il duca di Suffolk e Francesco di
Lorena.
Ed ecco infine gli italiani. Tra di loro era venuto a mancare a Francesco
I l'unico comandante che fosse in grado di tener testa ai duci imperiali,
Giovanni de' Medici, detto "dalle Bande Nere", ferito pochi
giorni prima ad una gamba da un colpo d'archibugio, durante una scaramuccia
sotto le mura di Pavia. La perdita di Giovanni fu molto grave per Francesco
I che se ne dolse dopo la battaglia.
Sul piano professionale gli uomini di Giovanni erano i migliori tra quelli
offerti dal mercato nel campo delle fanterie leggere. Sotto Pavia le Bande
Nere contavano circa duemila fanti, quasi tutti archibugieri, e duecento
cavalieri. Guidate personalmente da Giovanni, avevano sempre ben combattuto.
A Pavia erano però rimaste senza il loro condottiero e per di più
avevano ricevuto un compito molto difficile se non impossibile, vale a
dire controllare con il loro scarso numero la lunga linea di trinceramenti
sul lato nord di Pavia, di fronte al castello Visconteo. Non sostenute
da picchieri, le Bande Nere furono attaccate dai cinquemila uomini di
De Leyva usciti da Pavia; resistettero poco più di venti minuti
ma poi furono sopraffatte.
Poco vi è da dire riguardo agli altri avventurieri italiani. Erano
disposti oltre il Ticino, insieme a 2500 francesi: data la rapidità
della battaglia non fecero neppure in tempo ad accorrere; anzi, alle prime
notizie del rovescio subito dal re di Francia, si ritirarono con i loro
colleghi d'oltralpe. Al pari degli Svizzeri ebbe molto a dolersi di loro
Francesco I, che dopo la battaglia si lamentò perché i comandanti,
specialmente quelli italiani, avevano gonfiato ad arte la forza delle
loro truppe per riscuotere un maggior numero di paghe.
Da tutto questo possiamo concludere che nell'esercito francese, i legami
e gli accordi erano siglati non per reale interesse verso la causa del
re di Francia e per fedeltà ad esso, ma solo per amore del suo
denaro.
Il patto era sangue in cambio di oro. Tuttavia il contratto era meno vile
di quello che possa sembrare al giorno d'oggi. Le fanterie cinquecentesche
erano in realtà una parata della miseria europea e il mestiere
delle armi era il mezzo più facile e più sicuro, anche se
il più pericoloso, per sfuggire all’indigenza ed alle miserie
della vita quotidiana. La professione del soldato con gli obblighi dell'ubbidienza
e della fedeltà alla parola data e il valore dimostrato in battaglia
nobilitava in qualche modo lo spirito di questi miserabili, anche se ciò
avveniva in cambio di danaro.
Il comportamento dei Lanzi Neri a Pavia non fu certamente meno meritevole
e valoroso di quello dei cavalieri francesi che caricarono fianco a fianco
di Francesco I non per cupidigia di danaro ma per sentimento di devozione
e fedeltà verso il loro re.
Prendiamo ora in considerazione l'esercito ispano-imperiale. Quantunque
l'elemento mercenario vi prevalesse in assoluto, vi erano alcune importanti
differenze rispetto al campo francese. Il nerbo principale e più
forte era costituito dalla fanteria. Di questa, quasi i due terzi erano
formati dai Lanzichenecchi tedeschi guidati da Georg von Frundsberg. I
Lanzi dovevano la loro creazione a Massimiliano d'Asburgo che aveva bisogno
di una buona fanteria capace di opporsi allo strapotere tattico degli
Svizzeri. I progressi dei Lanzi sul piano professionale furono notevoli
e nel volgere di non molti anni arrivarono ad eguagliare i loro grandi
rivali. Nei Lanzi conviveva una combinazione di avidità mercenaria
e di sentimento di fedeltà all'Imperatore. In un’epoca dove
era ritenuto normale combattere al soldo di un principe senza curarsi
della causa per la quale ci si batteva e dove tutto era in vendita, i
Lanzi di Frundsberg erano legati all'Impero dal giuramento di fedeltà
prestato al loro capitano al momento dell'arruolamento.
La lotta feroce e senza quartiere ingaggiata contro i Lanzi Neri, oltre
che dalla natura stessa di questi soldati, è spiegabile anche col
fatto che, come si è già visto, i Neri erano ritenuti dagli
avversari come traditori della causa imperiale. Tutto ciò non esclude
tuttavia che i Lanzichenecchi combattessero comunque per avidità
di guadagno, tanto da diventare pericolosi per i loro stessi comandanti,
quando questi non erano nella condizione di poter onorare gli impegni
finanziari presi con i capi dei vari contingenti. È quanto accadde
il giorno dopo la battaglia del 24 febbraio: quattromila Lanzi inferociti
si precipitarono nel castello di Pavia alla caccia dei comandanti imperiali
che non li avevano ancora pagati. Scovato il Viceré di Napoli,
Carlo di Lannoy, lo tennero per quattro ore in mezzo al cortile del castello
sotto la minaccia di picche e archibugi, obbligandolo a sottoscrivere
un solenne e formale impegno di pagamento.
Questa combinazione di motivazioni venali e morali la troviamo anche negli
spagnoli. In essi era anche maggiormente accentuato un orgoglio più
propriamente nazionale. Orgoglio che era accresciuto dalla mentalità
dei loro capi e della nobiltà guerriera spagnola. Il contrasto
con quella francese non avrebbe potuto essere più profondo. Le
guerre italiane della prima metà del Cinquecento e soprattutto
la loro fase finale, culminante nella battaglia di Pavia, costituirono
un momento evolutivo importante dell'arte della guerra. Esse sancirono
il passaggio da un sistema impostato essenzialmente sull'arma bianca a
quello basato sull'arma da fuoco che prende progressivamente e sempre
più sicuramente il sopravvento. Questa evoluzione andò a
discapito proprio della cavalleria nobiliare che basava esclusivamente
sul ferro freddo la propria fama e il proprio prestigio.
I cavalieri reagirono all'affermarsi della fanteria trincerandosi dietro
uno sprezzante ed ottuso orgoglio di rango e di casta. Quando nell'assedio
di Padova del 1509 Massimiliano d'Asburgo suggerì che i cavalieri
prendessero parte all'assalto alle mura a fianco dei fanti, il prode Baiardo,
il cavaliere senza macchia e senza paura, rispose altero che i nobili
tenevano in troppo alto riguardo il loro onore per mischiarsi a calzolai,
maniscalchi e meccanici. Eppure l'idea di smontare i cavalieri pesanti
e impiegarli come fanteria corazzata non era nuova. Durante la guerra
dei Cent'Anni in non poche occasioni si erano visti i cavalieri combattere
come farnti. Tuttavia, quello che era stato sopportato quando il mondo
feudale si sentiva ancora saldo nei suoi privilegi e nella sua realtà,
non poteva più essere tollerato ai primi del Cinquecento, proprio
perché tale mondo, ormai in via di liquidazione, si aggrappava
con disperata ostinazione ai suoi privilegi ed alle forme esteriori della
sua passata supremazia. Il rifiuto di riconoscere il mutamento dei tempi
fu la vera causa della sconfitta di Pavia. E' facile comprendere come
i nobili che si abbeveravano alle fonti dell'epopea e dell'ethos cavallereschi,
accolsero l'introduzione delle armi da fuoco. Alla pari dell'arco e della
balestra, esse erano ritenute vili e insidiose in quanto colpivano da
lontano e permettevano così al meno prode e al più debole,
di prevalere.
Sono ben note le parole di dura condanna e disprezzo che l'Ariosto pone
sulle labbra di Orlando sul punto di scagliare l'archibugio di Cimosco
nei flutti marini:
Acciò più non istea
Mai cavalier per te d'esser ardito,
Ne quanto il buon vai, mai più si vanti
Il rio per te valer, qui giù rimandi.
O maledetto, o abominoso ordigno,
Che fabbricato nel Tartareo fondo
Fosti per man di Balzebù maligno
Che ruinar per te disegnò il mondo,
All’inferno, onde uscisti, ti rasigno.
Agli occhi dei cavalieri l'arma da fuoco era ancor più vile e
infernale rispetto all'arco e alla balestra perché non esisteva
corazza che potesse resistervi, come invece poteva avvenire contro le
armi a corda.
Gli archibugieri diventarono ben presto il peggior nemico del cavaliere,
il più temuto. Così nei confronti di quelli che venivano
presi prigionieri si scatenava puntuale la dura rappresaglia.
In questo contesto la morte del simbolo della cavalleria, il prode, gentile
ma superato, e un po' ottuso, Baiardo, ucciso nel 1524 alla Sesia da un
colpo di archibugio alla spina dorsale, assurge a valore emblematico del
mutamento dei tempi.
Orbene, il concetto del cavaliere per forza montato, che abbiamo visto
così caparbiamente conservato in Francia, era già largamente
superato in Spagna al tempo della battaglia di Pavia.
L'affermarsi della fanteria e delle armi da fuoco aveva fatto perdere
definitivamente alla cavalleria la sua fama di invincibilità; inoltre
i cavalli e le armature costavano troppo per la non ricca nobiltà
spagnola. D'altro canto non tutti i combattenti a cavallo erano nobili
mentre, per contro, il rango di cavaliere nel senso di persona insignita
della nobiltà cavalleresca, era da tempo cosa non necessariamente
ne direttamente legata all’effettivo servizio a cavallo.
Sotto l'impulso datole da Gonzalo Fernàndez de Còrdoba,
la fanteria diventò in Spagna l'arma più importante. Per
i nobili costituiva quindi un onore combattere alla testa dei fanti; il
che, a sua volta, galvanizzava gli uomini, li inorgogliva e li spronava
a porsi in evidenza sotto gli occhi dei loro capi.
Non che gli spagnoli combattessero solo per motivi ideali, tutt'altro.
L'obbiettivo era la vittoria per la Spagna ma il bottino e le ricompense
che le erano connesse andavano ai soldati. Basti per questo pensare alla
spietata caccia al prigioniero scatenata proprio dagli spagnoli nell'ultima
fase della battaglia di Pavia per assicurarsi un ricco riscatto con la
cattura di qualche nobile facoltoso. L'avidità era tale che gli
spagnoli arrivarono al punto di pretendere il riscatto perfino per i cadaveri
che venivano reclamati dai congiunti per il loro trasporto in Francia.
Erano queste le risorse di uomini disperati .
Ma fu proprio questa disperazione combinata con l'orgoglio e la fierezza
di stirpe, il patriottismo, la professionalità del mestiere e la
tenacia naturale di chi non ha nulla da perdere, se non la vita, che fecero
di quella spagnola la migliore fanteria europea fino alla prima metà
del XVII secolo.
Poco abbiamo da dire sugli italiani presenti nell'esercito imperiale.
Sandoval nella sua Storia della vita di Carlo V riferisce che le fanterie
italiane rifiutarono di essere amalgamate con gli spagnoli perché
se avesse vinto il partito imperiale, il merito sarebbe stato attribuito
solo a questi ultimi. E' ciò che accadde in definitiva con l'avanguardia
di archibugieri che occupò Mirabello alle prime luci dell'alba.
Tra i 1.500 spagnoli, vi erano sicuramente molti italiani, provenienti
probabilmente dall'Italia meridionale, area che costituì sempre
per la Spagna un ricco serbatoio dal quale attingere buone truppe.
Le cronache e i resoconti della battaglia non parlano degli italiani,
se non con riferimento alle fasi preliminari. Alcune compagnie che scortavano
la scarsa artiglieria imperiale furono dunque attaccate dall'avanguardia
francese e disperse dopo breve combattimento.
Da quanto abbiamo visto in questo rapido esame dei principali contingenti
che presero parte alla battaglia di Pavia, risulta incontrovertibile la
superiorità dell’esercito ispano-imperiale su quello francese.
Quest'ultimo era socialmente ed ideologicamente arretrato nonché
gravemente penalizzato dal monopolio tattico e psicologico esercitato
dalla cavalleria nobiliare e dalla ingombrante presenza dello stesso Re,
diretta conseguenza della ormai superata tattica francese. Il re ed i
suoi comandanti sembravano pervasi da una persistente ostinazione a voler
risolvere la battaglia ogni volta allo stesso modo, prigionieri volontari
della tradizione feudale e della struttura rigida dei loro eserciti, costituiti
essenzialmente da truppe adatte solo all'urto brutale all'arma bianca
e pertanto all’azione esclusivamente offensiva. Cosa che metteva
automaticamente fuori gioco l'ottima artiglieria francese, relegandola
ad un ruolo marginale e del tutto secondario.
L’esercito francese era fermo a quello di Ravenna e di Marignano.
Nel frattempo si erano aggiunti gli svizzeri ma si era trattato di un
rinforzo apparente. In realtà ciò ne aveva irrigidito ulteriormente
la dottrina tattica che era rimasta simile a quella ottusa che aveva portato
ai disastri campali della guerra dei Cento Anni.