Le Bande Nere di
Giovanni de’Medici
L’origine delle Bande Nere può farsi risalire alle
compagnie che il giovane Giovanni de’Medici comandò
durante la guerra di Urbino del 1517.
Questo breve conflitto fu per Giovanni una “scuola militare”
nella quale egli si formò per la fase cruciale delle guerre
d’Italia, quella compresa tra il 1521 e il 1527, dove si guadagnò
grande fama prima di essere mortalmente ferito a Governolo.
Durante questi anni Giovanni e le sue Bande cambiarono ripetutamente
campo, passando prima al servizio di Carlo V, poi di Francesco I,
poi ancora di Carlo V e quindi nuovamente di Francesco I. Ferito
alcuni giorni prima della battaglia di Pavia, Giovanni fu portato
a Piacenza per esservi curato. Le sue Bande, rimaste senza il loro
capitano, nulla poterono contro la massa dei Lanzichenecchi imperiali
sortiti dalla città assediata.
La guerra, ripresa con la Lega di Cognac, vide nuovamente Giovanni
schierato dalla parte del pontefice Clemente VII.
Le Bande operarono come una forza distaccata dal grosso dell’esercito
della Lega, guidato da Francesco Maria della Rovere, duca d’Urbino.
Il “Gran Diavolo”con i suoi cavalieri e archibugieri
tormentò gli imperiali diretti a Roma, creando loro grosse
difficoltà. La sua morte rivelò la pochezza delle
virtù militari del duca d’Urbino che lasciò
via libera al nemico.
Le Bande Nere sopravvissero alla morte di Giovanni per quasi due
anni.
All’inizio del 1527 diedero ancora una volta prova della loro
efficienza difendendo Frosinone dall’esercito del Vicerè
di Napoli. Nell’aprile dello stesso anno Clemente VII, ansioso
di alleggerirsi delle gravose spese che il mantenimento di truppe
mercenarie comportava, fidandosi dell’accordo con Carlo di
Lannoy e ingannato da Carlo di Borbone, licenziò “imprudentissimamente
- scrive il Guicciardini - quasi tutti i fanti delle bande Nere”.Un
migliaio di questi, raccolti da Renzo da Ceri dopo che il pontefice
ebbe finalmente realizzato che gli imperiali avrebbero investito
Roma, tentarono di difendere la città dall’assalto
nemico venendo in gran parte uccisi sulle mura.
Le Bande, passate al soldo di Firenze, furono affidate ad Orazio
Baglioni e parteciparono alla sciagurata spedizione guidata da Odet
de Foix, visconte di Lautrec, per la conquista del regno di Napoli.
Nel corso di questa campagna ebbero modo di distinguersi più
volte per il loro valore. Non mancarono comunque dimostrazioni di
crudeltà e ferocia, come avvenne in occasione della presa
di Melfi “ dove - così ci informa il Sanuto - introno
per forza dentro amazando tutti chi trovorono, fanti homeni et done,
fino i putti, et fatti presoni, et sachizato la terra, nè
alcun si salvò se non quelli se butorono de muri, quali si
amazavano et erano etiam presi et morti”.
Orazio Baglioni cadde in una scaramuccia sotto Napoli il 22 maggio
1528.
Alla fine di agosto le Bande, falcidiate dai continui combattimenti
e dalla peste, si arresero agli imperiali insieme ai resti dell’esercito
della Lega, cessando definitivamente di esistere.
Il nome di “Nere” con cui le bande di Giovanni de’Medici
passarono alla storia, e con cui esse stesse cominciarono a nominarsi
dopo la morte del loro condottiero, era dovuto al colore delle loro
bandiere che Giovanni aveva cambiato da bianco e violetto in nero
in segno di lutto per la morte dello zio, il papa Leone X.
Le Bande Nere rappresentarono la migliore espressione della strategia
e tattica “all’italiana” emerse nel corso delle
guerre rinascimentali. Composte in gran parte da archibugieri, si
trattava di truppe leggere molto mobili, particolarmente adatte
alla “piccola guerra”. Mentre negli scontri campali
non erano in grado di sostenere l’urto dei massicci quadrati
di picchieri se non erano sostenute a loro volta da fanterie inquadrate
in ordine chiuso, nella guerriglia, nei colpi di mano, nelle azioni
di avanguardia o di copertura erano tra il meglio che il “mercato”
potesse offrire. Non per niente le parti in lotta si contesero sempre
i loro servigi a suon di ducati.
Giovanni era d’altra parte un professionista della guerra
e anche molto abile, e come tale si faceva pagare profumatamente
per il suo servizio.Tuttavia non era solo il denaro ad attirarlo
ma anche la speranza che, alleandosi ora all’una ora all’altra
parte, gli riuscisse prima o poi di ritagliarsi un feudo tutto suo.
Il denaro, e si trattava di cifre enormi, gli era d’altronde
indispensabile per pagare i soldati e mantenere così unita
la compagine delle sue Bande. In un’epoca dove tutto era in
vendita egli restò comunque sempre fedele a Firenze e alla
casata dei Medici, rappresentata per l’occasione dai pontefici
Leone X e Clemente VII.
Finchè il primo fu in vita, Giovanni rimase a fianco degli
ispano-imperiali, alleati della Chiesa. Morto Leone X passò
dalla parte dei francesi, poi ancora con gli spagnoli e quindi allettato
dalle ricche offerte di Francesco I, ritornò con i francesi,
tanto più che il nuovo papa, Clemente VII, propendeva per
il re di Francia. Da quel momento diventò l’implacabile
nemico dei lanzichenecchi tedeschi che lo gratificarono con il significativo
soprannome di Gran Diavolo.
La fama di Giovanni e delle sue Bande si diffuse rapidamente. In
esse si arruolarono, come ci testimonia ancora Guicciardini, i “migliori
fanti Italiani che allora prendessero soldo”; molti vi entrarono
più per spirito di avventura che per vera sete di guadagno,
visto che la disciplina vi era più severa che nelle altre
formazioni e il soldo il più delle volte era lento ad arrivare
e sovente non arrivava affatto. Nelle loro file vi erano letterati
falliti o velleitari, cadetti di famiglie nobili squattrinati e
in cerca di riscatto, avventurieri professionisti, disperati e rifiuti
della società, contadini che per non morire di fame si arruolavano
per fare ad altri quello che era stato fatto a loro. Abili con l’archibugio
e con la spada, questi soldati si trasformavano da Gran Diavoli
del campo di battaglia a diavoli della rapina, della violenza e
del saccheggio quando se ne presentava l’occasione e soprattutto
quando le paghe tardavano troppo ad arrivare. Tra essi vi erano
anche disertori e traditori. I primi una volta ripresi, venivano
impiccati mentre i secondi, non appena scoperti, venivano inesorabilmente”passati
per le picche” dai loro stessi compagni, a simboleggiare la
punizione collettiva che colpiva chi era venuto meno al giuramento
di fedeltà al capitano e al vincolo solidale verso i propri
compagni d’arme.
Le Bande Nere non furono mai molto numerose. Anche nei loro momenti
migliori non superarono le 4000 unità. A Caprino contro gli
Svizzeri vi erano 200 cavalieri pesanti, 300 leggeri e 3000
archibugieri, a Pavia 50 cavalieri pesanti, 200 leggeri e circa
2000 fanti. A Governolo Giovanni attaccò gli imperiali con
400 archibugieri, che furono trasportati a cavallo sul campo di
battaglia da altrettanti cavalieri. Frosinone fu difesa da 1800
fanti.
Le Bande erano costituite quasi interamente da italiani, per lo
più toscani e romagnoli, con la probabile aggiunta di lombardi
durante il periodo nel quale Giovanni operò nell’Italia
del nord. Ciò dell’Appennino tosco-emiliano fornivano
uomini che costavano poco ed erano, almeno all’inizio della
loro carriera di soldati, di poche pretese; inoltre i mercenari
stranieri, lontani da casa, erano meno fidati e più propensi
alla diserzione e a cambiare padrone.
Nel volgere di breve tempo, sotto la guida di Giovanni, la Bande
diventarono una formazione d’elite, con pochi riscontri nel
panorama delle compagnie di ventura italiane, di cui costituirono
l’ultimo e più importante esempio.
Ebbero vita breve, come il loro giovane condottiero.
Con lui entrarono nella storia, dopo la sua morte diventarono leggenda.