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Bretten
Il rullo dei tamburi, improvviso come il rombo del tuono nel cielo terso,
irrompe tra gli ozi del campo.
È il segnale, l'ora della battaglia si avvicina e l'animo dei guerrieri
è attraversato da una scarica elettrica che risveglia i sensi assopiti
dal caldo soffocante del sole impietoso.
Dobbiamo conquistare la città di Bretten.
Un interminabile e caotico vociare accompagna i frenetici preparativi;
armature lucenti, corazze e scudi che portano i segni di lotte passate,
spade riposte nei foderi, forse per l'ultima volta. Un autentico groviglio
umano, multicolore e multilingue, inquadrato e pervaso da passione, s'incammina
a passo di marcia verso il campo che sarà giudice supremo dei nostri
destini.
Due ali di folla festante accolgono il passaggio dei soldati; brocche
di acqua fresca vengono offerte come ultimo sollievo contro l'avida sete
che brucia la gola. Bambini ai lati della strada regalano caramelle, e
tra loro, accompagnati da occhi azzurrissimi, dolci figure femminili che
senza dire niente ti fanno dimenticare i piedi dolenti, il sudore che
appiccica i vestiti, il peso opprimente di tutta quella ferraglia, unica
nostra assicurazione di vita, assieme alla fortuna, contro la puntura
di una spada. Come sono belli i sorrisi delle ragazze tedesche, hanno
davvero i colori della primavera in fiore.
Ma non è tempo adesso di sognare, perchè un piana erbosa
si apre innanzi ai nostri occhi e dall'altra parte ci stanno guerrieri
come noi, che pensano come noi, che sopportano e lotteranno come noi,
che stanno aspettando noi.
Ci schieriamo, e poco dopo, un'assordante salva di cannoni annuncia l'apertura
delle ostilità. Le loro artiglierie rispondono al fuoco e subito
un'immensa nuvola di fumo avvolge il campo della battaglia. Gli uni non
vedono più gli altri, forse sono scappati, pensano i più,
ma il vento spazza via l'acre nebbia e con essa l'illusione che tutto
sia finito. Una tempesta di freccie ci investe, ci sfiorano sibilanti
come zanzare assatanate. Ora gli uomini partono all'attaco dietro lo schieramento
dei picchieri. Duelli di spade, scontri di alabarde, schioppettieri che
sparano e ricaricano incessantemente e ti fanno capire che anche loro
vogliono essere della partita.
Ma non si avanza di un metro e si ritorna dietro alle nostre linee in
attesa della seconda ondata. Ancora una volta ci lanciamo in avanti, come
furie scatenate, ma il nostro impeto si smorza contro la strenue difesa
dei guardiani della città. Tutto da rifare, anzi, adesso i difensori
si sono trasformati in attaccanti.
Il comandante inglese ci chiama a raccolta prima dell'ultimo assalto.
La tensione è al massimo e mi guardo attorno, in cerca di conforto.
Pat mi sorride. Io le prometto la vittoria
o il mio ultimo respiro.
Giunge l'ordine.
"Let's go boys, and have a fun!!".
Sono in mezzo ad una bolgia infernale, quando all'improvviso mi ritrovo
a terra, senza la mia alabarda, con gente che mi passa sopra e va verso
la direzione da cui ero venuto. Altri come me, tutti intorno a me.
Poi odo rimbombare dentro il mio elmo inni e canti di vittoria, quelli
degli avversari. Adesso è davvero tutto finito.
Ma non ci sono stati vinti, non ci sono stati vincitori, ma solo tante
mani allungate verso chi giace ancora al suolo. Gente che si aiuta a rialzarsi,
che si abbraccia o si scambia una pacca sulla spalla, accompagnata da
una battuta in una lingua che forse non verrà nemmeno capita dall'altro.
Gente che scambiandosi un cenno di intesa, senza bisogno di tante parole,
capisce di aver vissuto una giornata da protagonista assoluta e tutta
quella folla plaudente ne è la testimonianza. Anche da lontano
sono venuti qui per noi, e noi siamo, sempre saremo, "Quelli che
hanno combattuto a Bretten
".
Denis Volta
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